Una Liga senza Barça e un Barça senza coppe? La strada è ancora lunga ma…

Inés Arrimadas, avvocatessa 34enne nata in Andalusia, dallo scorso settembre è la leader dell'opposizione nel Parlamento de Cataluña
Inés Arrimadas, avvocatessa 34enne nata in Andalusia, dallo scorso settembre è la leader dell’opposizione nel Parlamento de Cataluña

Cento milioni di euro. Tanto potrebbe costare all’FC Barcelona, solo in termini di diritti televisivi, un’eventuale indipendenza della Catalogna da Madrid. Almeno stando alle stime di Inés Arrimadas, l’avvocatessa 34enne eletta a settembre nelle file della lista antiseparatista Ciudadans con lo slogan “un nuovo progetto di Spagna per sedurre i catalani” e ora a capo dell’opposizione nel parlamento della regione. Grande tifosa dei blaugrana, la Arrimadas calcola in 25 milioni gli introiti destinati al club di Bartomeu se inserito in un ipotetico campionato catalano, decisamente meno attraente della Liga spagnola. Una stima quindi che non tiene conto del rischio di una sanguinosissima esclusione dalle competizioni internazionali in caso di mancato riconoscimento da parte della Uefa e della Fifa. Esclusione che si tradurrebbe in vero e proprio tracollo economico.

A tre giorni dallo storico voto che ha sancito “l’inizio del processo di creazione dello Stato catalano indipendente sotto forma di Repubblica”, tornano ad addensarsi le nubi dalle parti del Camp Nou. Ironia della sorte proprio domenica, complice la sconfitta del Real a Siviglia, il Barça era tornato in vetta alla Liga ricacciando indietro le critiche piovute a inizio stagione sugli uomini di Luis Enrique. Intendiamoci: il futuro del progetto indipendentista è più che mai incerto. I 72 “sì” di lunedì, che portano la firma dei nazionalisti di “Junts pel sì” e della sinistra radicale del Cup, non sono che il primo mattoncino di un lungo processo legislativo, irto di insidie e difficoltà. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha subito fatto sapere di essere intenzionato a utilizzare “tutti gli strumenti concessi dallo stato di diritto” per impedire il divorzio di Barcellona da Madrid: ha chiesto all’Alta Corte di pronunciarsi sull’argomento e il suo parere negativo (reso noto ieri) potrebbe già castrare sul nascere qualsiasi velleità d’indipendenza. Lo stesso governo locale è ancora lungi dall’essere nominato, visto che difficilmente la candidatura di Artur Mas sarà avallata dal Cup. Insomma, si parla di un orizzonte a lungo, lunghissimo termine. Ma ciò non toglie che la questione resti sul tavolo. Oggi più che mai. 

Josep
Josep “Pep” Guardiola, 45 anni a gennaio, immortalato al seggio mentre depone la sua scheda nell’urna. Il suo voto è andato alla coalizione “Junts pel sì”, con cui si è anche candidato (simbolicamente)

E la posizione del club, in tutto questo trambusto? A luglio, tutti e quattro gli aspiranti alla presidenza si erano fatti fotografare con una t-shirt con i colori della bandiera catalana e la scritta “27S”, riferita alla data delle imminenti elezioni regionali. Elezioni a cui si è candidato anche Pep Guardiola, il tecnico più vincente della storia dei campioni di Spagna e d’Europa in carica, un’istituzione da queste parti. «È triste, c’è gente il cui unico Dio è il denaro», aveva commentato stizzito il ministro dell’Interno Jorge Fernández Díaz, ricordando il decennio in cui Guardiola ha militato nella nazionale spagnola. L’episodio dei fischi all’inno spagnolo da parte dei tifosi blaugrana in occasione della finale di Champions del 6 giugno, poi, non era sfuggito all’Uefa che aveva deciso di multare il club. «Non sono più del Barça», aveva annunciato per reazione il noto presentatore della tv catalana Xaviér Sardà, mentre la ong antiseparatista Societat Civil Catalana era arrivata ad accusare i dirigenti di “imbastardire la storia del Barcellona”, da sempre votata ai valori repubblicani e non a quelli del separatismo.

La situazione, come si può intuire, è insieme estremamente confusa e decisamente delicata. Non a caso a Madrid c’è già chi nella maggioranza di governo agita come deterrente lo spettro di un Barcelona impoverito e senza coppe. Un argomento che su chi considera il Barça més que un club (“più di un club”) può far presa tanto quanto la prospettiva della fuga dei capitali e dell’uscita dall’euro. Di certo, un campionato catalano con Messi, Suárez e Neymar che sfidano l’Espanyol e una dozzina di squadre che attualmente militano tutte fra Segunda División (Tarragona, Girona e Llagostera) e Segunda División B (in cui giocano anche le squadre B del Barça e dell’Espanyol, che per ovvi motivi non potrebbero disputare lo stesso campionato delle selezioni maggiori) non è proprio immaginabile. Un torneo del genere costringerebbe il club europeo più titolato degli ultimi dieci anni a un clamoroso ridimensionamento.

I candidati alla presidenza del club si fanno ritrarre con una maglia celebrativa in vista delle elezioni catalane del 27 settembre. Sopra la data campeggia un
I candidati alla presidenza del club si fanno ritrarre con una maglia celebrativa in vista delle elezioni catalane del 27 settembre. Sopra la data campeggia un “guanyarem” (“vinceremo” in català)

“Esercito di un paese disarmato” lo definì Manuel Vázquez Montalbán, riferendosi al ruolo di collante svolto dalla squadra durante le vessazioni del franchismo. Non ultima l’imposizione del nome spagnolo Clúb de Fútbol Barcelona al posto della tradizionale ma troppo esterofila dizione inglese e la sostituzione della bandiera catalana con quella spagnola sullo stemma del club. Col tempo anche Franco dovette piegarsi alla tenacia dei catalani che pian piano ristabilirono l’antico logo, l’antica autonomia nel processo di scelta dei presidenti e, da ultimo, iniziarono nel 1968 a utilizzare quello slogan, més que un club, oggi divenuto un marchio di fabbrica ma che allora suonava come una chiara provocazione nei confronti del regime. Così come la democraticissima procedura di elezione del presidente, scelto a suffragio universale tra tutti i soci (che oggi sfiorano le 150.000 unità), implicita polemica contro la gestione autoritaria del centralista (e madridista) Franco. A rinfocolare l’identità profondamente catalana dei blaugrana ci ha pensato anche la rivalità (decisamente asimmetrica dal punto di vista prettamente calcistico) con i “cugini” dell’Espanyol, considerati espressione degli immigrati e dei funzionari giunti sulle Ramblas dal resto della Spagna e dunque anti-catalanisti per eccellenza. A dir la verità, col tempo e soprattutto con le vittorie, è il Barça a essere diventato la squadra degli “stranieri”: sono milioni i tifosi, in Spagna come all’estero, conquistati a suon di trofei nell’ultimo ventennio.

[In realtà, per uno scherzo del destino, il nome “Espanyol” (traslitterazione in català di “Español) fu scelto nel 1900 dai fondatori proprio in contrapposizione alla natura straniera del Barcelona, nato appena un anno prima da un’idea dello svizzero Hans Garper e infarcito di giocatori non indigeni]

Il terreno di gioco del Camp Nou invaso da un'enorme bandiera catalana prima del fischio d'inizio
Il terreno di gioco del Camp Nou invaso da un’enorme bandiera catalana prima del fischio d’inizio

“Più di un club”, dunque. E in effetti per molti fu proprio un Real Madrid-Barcelona 0-5 del 1974 (tripletta di Cruijff) a segnare la fine simbolica del franchismo, con un anno di anticipo sulla morte del caudillo. Non solo: se le gesta dei blaugrana hanno tenuto alta la bandiera del nazionalismo catalano durante il franchismo, una volta riapprodati alla democrazia hanno contribuito a smorzarne i progetti indipendentistici. In altre parole, che bastassero i successi sportivi, il boom economico e l’equiparazione del catalano al castigliano ad accontentare la voglia di Stato dei catalani, una volta rovesciata la dittatura? Chi può dirlo. Quel che è certo è che ora è proprio la voglia di Stato di quei 7 milioni e mezzo di catalani (o della maggioranza di loro, almeno stando almeno alle ultime elezioni) a far tremare la squadra più forte del mondo. Con scenari potenzialmente esplosivi per l’intero calcio europeo.

Emiliano Mariotti

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