Al via la Copa América. Per archiviare Pinochet

L’hanno vinta tutti (o quasi). Uruguay, Brasile e Argentina, ovviamente. Ma anche la Colombia e persino Paraguay, Perù e Bolivia. Tutte hanno vinto la Copa América almeno una volta. Tutte, tranne il Cile: quattro finali perse (una in casa nel 1955 e altre tre nei successivi trent’anni) e tante delusioni per la Roja.

La nazionale cilena oggi. Vidal, Sanchez, Vargas...sono tanti i campioni con cui la Roja proverà l'assalto alla coppa.
La nazionale cilena oggi. Vidal, Sanchez, Vargas…sono tanti i campioni con cui la Roja proverà l’assalto alla coppa.

Quest’anno però le premesse sono ottime: la squadra è buona, il girone con Messico, Ecuador, Bolivia sembra agevole e – cosa più importante – la manifestazione torna in Cile. A 24 anni dall’ultima volta. È vero, l’Argentina di Messi e compagni sembra imbattibile per chiunque. Ma quella che stanotte inaugura con l’Ecuador la 44esima edizione della Coppa è una delle nazionali cilene migliori della storia, infarcita tra l’altro di vecchie e nuove conoscenze del nostro campionato. Dallo juventino Vidal all’ex-Udinese Sánchez, dai fiorentini Mati Fernández e Pizarro all’ex-Napoli Edu Vargas, dagli atalantini Carmona e Pinilla all’interista Medel fino all’ex-bianconero Isla, sono ben nove gli “italiani” della Roja. Una nazionale sempre più europea quella allenata dall’argentino Jorge Sampaoli: dei 23 convocati per la competizione solo otto giocano in Sudamerica, la metà dei quali in patria. Gli altri sono affermati stabilmente nel Vecchio Continente: chi in Italia, appunto, chi in giro tra Spagna, Germania, Inghilterra e Olanda.

Un giovanissimo Gabriel Omar Batistuta, trascinatore della nazionale albiceleste nell'ultima edizione della Copa América giocata in Cile.
Un giovanissimo Gabriel Omar Batistuta, trascinatore della nazionale albiceleste nell’ultima edizione della Copa América giocata in Cile, in azione proprio contro la Roja.

L’ultima volta che il Cile aveva ospitato la massima competizione sudamericana per nazionali era il 1991. L’assegnazione dell’organizzazione, nel 1988, fu uno degli ultimi successi del regime di Augusto Pinochet. Pochi mesi dopo infatti il referendum che avrebbe dovuto tributargli un ulteriore mandato della durata di 8 anni si trasformerà in un boomerang e nel giro di un anno il dittatore sarà costretto ad abbandonare il potere. E così il 6 luglio 1991, sugli spalti dell’Estadio Nacional di Santiago, trasformato nei giorni drammatici del golpe in un campo di concentramento per gli oppositori politici, a inaugurare la 35esima Copa América c’era Patricio Aylwin, il primo presidente democraticamente eletto dopo 17 anni di regime. Per il Cile di Ivan Zamorano fu un torneo pieno di rimpianti e alla fine la Roja si classificò terza alle spalle dell’Argentina della rivelazione Batistuta e del Brasile di Claudio Branco. Fuori dal campo il paese provava a fatica a riprendersi da un ventennio di sangue. Un ventennio che non aveva risparmiato nemmeno il calcio.

Tutto il mondo ricorda la partita della vergogna: il 21 novembre 1973 è in programma all’Estadio Nacional Cile-Urss, ritorno dello spareggio per i Mondiali che si sarebbero svolti l’estate successiva in Germania. Ma da due mesi al Palazzo della Moneda non c’è più il socialista Allende: il suo governo, democraticamente eletto tre anni prima, è stato rovesciato da un golpe militare orchestrato dal Comandante delle Forze ArmateI sovietici si rifiutano di volare a Santiago per disputare l’incontro. È allora che Pinochet decide di mettere in atto la sua provocazione. Anche se sarebbe meglio definirla una farsa: la Roja scende in campo senza avversari e segna il goal più surreale (e vergognoso) della storia del calcio.

Il penoso compito di siglare la rete tocca al capitano Francisco Valdés. Una beffa per un giocatore, l’unico insieme a Carlos Caszely, noto per le sue simpatie socialiste.

Carlos Caszely con la maglia della nazionale. Nipote di immigrati ungheresi, è stato per più di dieci anni bandiera del Colo Colo, con cui ha segnato 152 in 288 presenze.
Carlos Caszely con la maglia della nazionale. Nipote di immigrati ungheresi, è stato per più di dieci anni bandiera del Colo Colo, con cui ha segnato 152 in 288 presenze.

I due si rifaranno in seguito, rifiutandosi più volte di stringere la mano al dittatore in contesti ufficiali. In una di queste occasioni, nel 1985, Pinochet chiede a Caszely “lei porta sempre una cravatta rossa?”. E il rey del metro cuadrado (com’era soprannominato per la sua tecnica sopraffina) risponde: “Sempre. Non la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore”. Troppo forte per essere tagliato fuori dal giro della nazionale, troppo famoso per essere eliminato. Ma la sua opposizione così sfrontata non fu priva di conseguenze: sua madre venne arrestata dalla polizia politica mentre Carlos era in Spagna a giocare per il “suo” Espanyol e per settimane figurò tra i desaparecidos cileni. Liberata, raccontò di aver subito vessazioni e torture. Una testimonianza che all’epoca del referendum del 1988 lo stesso Caszely metterà a disposizione della campagna del “no” (campagna peraltro al centro di un film di tre anni fa del cileno Pablo Larraín, No. I giorni dell’arcobaleno).

Valdés ci ha lasciato sei anni fa. Caszely, invece, sta per compiere 65 anni e si prepara a commentare in qualità di giornalista il torneo che sta per iniziare. Il primo completamente sgombro dall’ombra della dittatura. E per chi della lotta al regime ha fatto una ragione di vita non può che essere una festa.

Buona Copa América a tutti!

Emiliano Mariotti

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