Speciale ex-Jugoslavia. Cosa è cambiato in un quarto di secolo (capitolo 1)

13 maggio 1990, Stadio Maksimir di Zagabria. In programma c’è il derby di Jugoslavia: la squadra di casa, la Dinamo, ospita la Stella Rossa di Belgrado per il più classico dei duelli-scudetto. La partita non si giocherà mai.

Zvonimir Boban, ribattezzato
Zvonimir Boban, ribattezzato “Zorro” dai suoi futuri tifosi milanisti, aggredisce un poliziotto durante gli scontri del Maksimir di Zagabria. Rischiò l’arresto ma se la cavò con sei mesi di squalifica. Il gesto però gli costerà la qualificazione agli imminenti Mondiali di Italia ’90

In mezzo agli scontri che impediscono il fischio d’inizio, un’immagine più di altre resterà negli occhi di tutti. Quasi una terribile profezia dell’immane tragedia che insanguinerà il paese nei cinque anni successivi.
Zvonimir Boban, l’asso croato che di lì a poco entrerà nel cuore dei tifosi milanisti, si scaglia contro un poliziotto, reo di aver colpito un tifoso della Dinamo a terra. Col tempo si scoprirà che non si trattava di un agente serbo come si disse subito, ma di un musulmano bosniaco. Poco importa: a quel punto il germe dell’odio è già entrato troppo in profondità per poter tornare indietro.

A 25 anni esatti dall’episodio che è passato alla storia come “il calcio di Boban”, L’incoscienza di Zeman prova a fare il punto sulla situazione dell’ex-Jugoslavia in due puntate. Partendo, come sempre, dal pallone come sintomo e metafora dei mutamenti culturali, sociali e politici.

CAPITOLO 1. “Ah, se esistesse ancora la Jugoslavia…”

Handanovič – Srna, Subotić, Ivanović, Strinić – Pjanić, Modrić, Rakitić – Jovetić, Mandžukić, Džeko.
Non male, vero? Questa sarebbe solo una delle tante formazioni con cui potrebbe scendere in campo la nazionale jugoslava. Se solo esistesse ancora.

Ivan Rakitić e Luka Modrić con la maglia della Croazia. Compagni di nazionale ma rivali nei club: mentre il primo gioca nel Barcellona finalista di Champions, il secondo è il fulcro del centrocampo dei blancos di Ancelotti.
Ivan Rakitić e Luka Modrić con la maglia della Croazia. Compagni di nazionale ma rivali nei club: mentre il primo gioca nel Barcellona finalista di Champions, il secondo è il fulcro del centrocampo dei blancos di Ancelotti.

Molti serbi, croati, bosniaci e montenegrini e alcuni sloveni e macedoni giocano oggi nei migliori club europei. Il capitano della Serbia Branislav Ivanović è una colonna portante della difesa dei Blues di Mourinho, il croato Luka Modrić ha le chiavi del centrocampo del Real campione d’Europa, il suo connazionale Ivan Rakitić gioca a fianco di Iniesta e Messi nel Barcellona stellare di Luis Enrique, mentre Edin Džeko e Mario Mandžukić sono le bocche di fuoco rispettivamente del Manchester City campione d’Inghilterra e dell’Atlético Madrid campione di Spagna. E la lista potrebbe proseguire.

Quella dei nati a cavallo fra anni ’80 e ’90 è probabilmente la migliore generazione calcistica dei Balcani dopo quella che (ironia della sorte) proprio in quegli anni sarebbe potuta entrare nella storia. Per accorgersene basta scorrere la formazione della nazionale che il 30 giugno di 25 anni fa scese in campo a Firenze per giocarsi con l’Argentina di Maradona l’accesso alla semifinale di Italia ’90: Prosinečki, Stojković, Susić e Vujović in campo…con un certo Savićević e un tale di nome Šuker pronti a entrare dalla panchina. Una corazzata che, dopo aver eliminato la Spagna di Butragueño, mette in seria difficoltà anche Diego e compagni, prima di arrendersi alla lotteria dei rigori.

Faruk Hadžibegić un secondo prima di calciare (e sbagliare) l'ultimo dei rigori nei quarti di finale di Italia '90 contro l'Argentina. Per molti il simbolo della fine.
Faruk Hadžibegić un secondo prima di calciare (e sbagliare) l’ultimo dei rigori nei quarti di finale di Italia ’90 contro l’Argentina. Per molti il simbolo della fine: la nazionale come simbolo del Paese.

Per molti scrittori jugoslavi il rigore sbagliato dal bosniaco Faruk Hadžibegić, che sancì l’eliminazione dei ragazzi di Ivica Osim, è insieme al calcio di Boban il presagio della fine della Federazione. Il Mondiale italiano fu l’ultima manifestazione a cui prese parte la Jugoslavia unita. In realtà, per gli Europei in programma in Svezia nell’estate del 1992, la nazionale della fiamma rossa si era qualificata in scioltezza. E con quella squadra non poteva essere altrimenti. Piccolo particolare, però, dall’anno precedente la Slovenia aveva annunciato l’indipendenza e la Croazia era ufficialmente entrata in guerra. In teoria con il resto della Federazione, nella pratica con la Serbia di Slobodan Milošević. E così, a pochi mesi dall’inizio del campionato europero, la Uefa squalificò la nazionale e al suo posto venne richiamata la Danimarca, sconfitta dagli slavi nel girone di qualificazione. E a vincere il torneo saranno proprio i danesi ripescati. Una beffa, l’ennesima. Ma a quel punto i problemi a Belgrado e dintorni sono ben altri.

Nel 1998 la guerra è finita da tre anni e in Francia per l’ultimo mondiale del XX secolo arrivano sia la Croazia che la Jugoslavia. Sì, si chiama ancora così ma in realtà è ridotta alle sole repubbliche di Serbia e Montenegro. Mentre Jugović, Mihajlović e compagni si fermano agli ottavi, eliminati dagli olandesi, la Croazia di Šuker e Jarni si spinge fino alle semifinali, arrendendosi solo alla Francia di Zidane e Thuram che di lì a poco sarà campione del mondo per la prima volta nella sua storia. Alla fine per la nazionale a scacchi arriverà un meritatissimo terzo posto, tuttora il miglior risultato mai raggiunto da una selezione (ex) jugoslava in un mondiale.

Bari, 29 maggio 1991. La Stella Rossa Belgrado batte ai rigori l'Olympique Marsiglia ed è campione d'Europa. In prima fila a festeggiare, a sinistra, Robert Prosinečki, che dieci anni dopo deciderà di non partecipare all'anniversario della storica vittoria.
Bari, 29 maggio 1991. La Stella Rossa Belgrado batte ai rigori l’Olympique Marsiglia ed è campione d’Europa. In prima fila a festeggiare, a sinistra, Robert Prosinečki che dieci anni dopo deciderà di non partecipare all’anniversario della storica vittoria.

Il primo dei due goal con cui i croati sconfissero gli Orange nella finale 3°/4° posto lo segnò Robert Prosinečki. Lo stesso che tre anni dopo si rifiutò di presenziare alla commemorazione per il decennale della Coppa dei Campioni vinta dalla Stella Rossa di Belgrado nel 1991. Lui, croato in mezzo a tanti serbi, non se la sentì di riaprire vecchie ferite. Un’ennesima dimostrazione della profondità di una frattura mai davvero sanata. Quello della Stella Rossa nel 1991 resta l’unico successo continentale di un club (ex) jugoslavo e il fatto che sia arrivato proprio nei giorni in cui la Federazione iniziava a sfaldarsi è solo l’ennesima, inquietante coincidenza di questa storia.

Dopo quel magico (per la Croazia) 1998 il calcio balcanico iniziò una lenta e inesorabile discesa. Quattro anni dopo né i croati né la matricola Slovenia riuscirono a superare il primo girone eliminatorio. Stesso discorso in Germania nel 2006 quando non si festeggio né a Zagabria né a Belgrado l’accesso agli ottavi di finale. Addirittura i serbi (nel frattempo la nazionale era passata alla denominazione “Serbia e Montenegro”) chiusero il proprio girone con 0 punti, alle spalle di Argentina, Olanda e Costa d’Avorio. Fino alla delusione di un anno fa in Brasile, dove la debuttante Bosnia-Erzegovina di Pjanić e Džeko, circondata da curiosità e aspettative, si fermò (di nuovo) alla fase a gironi. E con lei, il sogno di un paese (o almeno di una buona metà di esso) di uscire definitivamente dall’incubo della guerra.

Un'immagine rimasta impressa negli occhi di tutti. Ivan Bogdanov squarcia la rete di protezione del settore ospiti del Luigi Ferraris di Genova e chiama a sé i giocatori della Serbia che si apprestano a sfidare l'Italia per una gara di qualificazione a Euro2012. Arrestato dalla polizia italiana, è stato scarcerato dalle autorità serbe due anni fa.
2010. Un’immagine rimasta impressa negli occhi di tutti. Ivan Bogdanov squarcia la rete di protezione del settore ospiti del Luigi Ferraris di Genova e chiama a sé i giocatori della Serbia che si apprestano a sfidare l’Italia per una gara di qualificazione a Euro2012. Arrestato dalla polizia italiana, sarà scarcerato dalle autorità serbe tre anni dopo.

In mezzo, tanti episodi di violenza dentro e fuori dal campo. Dai tafferugli di Marassi durante un Italia-Serbia in cui l’ormai celebre capo ultrà Ivan Bogdanov (proveniente dagli ambienti dell tifoseria della Stella Rossa, gli stessi da cui veniva la “tigre” Arkan, per intenderci) tenne in ostaggio lo stadio di Genova per quasi un’ora, alle tensioni del primo Serbia-Croazia della storia, giocato a Belgrado nel 2013 (con Simunić che letteralmente attenta alla vita di Sulejmani). E, venendo ai fatti dell’ultimo anno, la gara tra Italia e Croazia sospesa a San Siro per i disordini nel settore ospiti e un mese prima l’episodio quasi grottesco del drone che sorvola il Marakana di Belgrado durante un Serbia-Albania sventolando la bandiera con l’aquila bicipite e una mappa della Grande Albania, comprendente anche il Kosovo e parte della Macedonia. Una provocazione per il governo di Belgrado, che si ostina a non riconoscere l’autonomia di Pristina.

Essere ricordati più per gli atti criminali dei propri tifosi che per la qualità del proprio gioco non è mai piacevole. Soprattutto se la regione in questione è una vera e propria fucina di talenti. E così, se la nazionale dei primi anni ’90 fu messa in ombra e poi letteralmente annullata dai tragici avvenimenti politici che di lì a poco avrebbero condotto alla guerra più sanguinosa mai combattuta in Europa dal 1945, le sei (o sette, se si conta anche il Kosovo che però per ora può disputare solo amichevoli) che oggi ne hanno raccolto l’eredità faticano a fare il definitivo salto di qualità. E gli avvenimenti sullo sfondo continuano a tarpare le ali al calcio dei Balcani.

Emiliano Mariotti

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