Clamoroso a Donetsk! Pardon, a Leopoli

Ieri sera, le bocche da fuoco dei campioni di Germania del Bayern Monaco sono rimaste a secco: 0-0 il risultato finale. La squadra di Pep Guardiola, che viaggiava fino a quel momento alla media di 2,5 goal a partita tra campionato e Champions League, non è riuscita a scardinare la difesa dello Shakhtar Donetsk nell’andata degli ottavi di finale del torneo. Ma quella di ieri sera è stata una gara che gli ucraini hanno giocato in casa solo sulla carta.

Fondato 80 anni fa con il nome di Stachanovec in memoria del lavoratore infaticabile per antonomasia, lo Shakhtar è il club più titolato del paese dopo la Dinamo Kiev. La parola Šachtar, che in ucraino vuol dire minatore, tradisce l’origine operaia della squadra, nata attorno alle miniere del Donbass. Le stesse in cui prestò servizio Aleksej Stachanov e che oggi sono al centro di aspri scontri tra i ribelli filorussi e le milizie di Kiev.

L’autoproclamata Repubblica Popolare del Donbass (così si chiama il bacino del fiume Donec) ha sede proprio a Donetsk (Donec’k in ucraino), il cui aeroporto, conteso per oltre otto mesi, oggi si presenta così:

Foto di Alex Thomson, giornalista inglese di Channel 4
(Foto di Alex Thomson, Channel 4)

È andata  leggermente meglio allo stadio ma la Donbas Arena, 50.000 posti, il fiore all’occhiello del calcio ucraino inaugurato appena sei anni fa in vista degli Europei, è uscito comunque danneggiato dai bombardamenti.

Uno degli ingressi della Donbas Arena come si presenta oggi
Uno degli ingressi della Donbas Arena come si presenta oggi

“Ci alleneremo a Kiev e giocheremo a Leopoli”. Con queste parole a luglio scorso l’allenatore della squadra, il romeno Mirceau Lucescu, ha annunciato che la squadra avrebbe abbandonato Donetsk. Il patron del club infatti, il magnate Rinat Akhmetov (secondo Forbes, l’uomo più ricco d’Ucraina), pur essendo un grande amico del deposto Presidente Viktor Janukovyč, davanti alla prospettiva di veder partire molti suoi pupilli e sfumare gli introiti dei diritti televisivi degli incontri, ha pensato bene di trasferirsi armi e bagagli tra le file “nemiche”. Decisamente più sicure.

Per intenderci, la distanza tra Donetsk e Leopoli (Lviv in ucraino) è la stessa che divide Milano da Reggio Calabria. Le due città si trovano ai due estremi del paese: a un centinaio di chilometri rispettivamente dal confine russo e da quello polacco. Due realtà profondamente diverse: Leopoli è una città ricca di storia, inglobata nell’orbita del Cremlino solo nel 1939, dopo esser stata contesa per secoli tra la Polonia e l’Impero Asburgico; Donetsk invece è una città industriale di recente fondazione, che gravita da sempre attorno alle già citate miniere di carbone e la cui popolazione si è sempre sentita più vicina a Mosca che a Kiev. Ma finché lo stadio si riempie e insieme allo stadio anche le casse della società, Akhmetov non sembra preoccuparsi affatto dei tifosi rimasti nelle zone colpite dal conflitto.

Samuel Eto'o con la maglia dell'Anži Machačkala. Sulle rive del Mar Caspio, il camerunese ha trascorso due stagioni siglando 25 goal in 53 presenze.
Samuel Eto’o con la maglia dell’Anži Machačkala. Sulle rive del Mar Caspio, il camerunese ha trascorso due stagioni siglando 25 goal in 53 presenze.

Un caso che ricorda quello dei russi dell’Anži, il club di Machačkala balzato agli onori delle cronache nell’estate del 2011 per l’acquisto del camerunese Samuel Eto’o. Machačkala, affacciata sul Mar Caspio, è la capitale del Daghestan, la repubblica più meridionale tra quelle che compongono la Federazione Russa. Il Daghestan negli ultimi quindici anni è rimasto coinvolto a più riprese nei disordini che hanno interessato la vicina Cecenia e, per motivi di sicurezza, l’Anži continua tuttora ad allenarsi a Mosca; l’intero staff della squadra risiede stabilmente nella capitale russa e a Machačkala viene solo per disputare gli incontri casalinghi. In questo caso i chilometri di distanza sono quasi 2.000. Quando si dice una squadra radicata nel territorio…

Emiliano Mariotti

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