Lo strano caso del Palestino: quando si fa festa dall’altra parte del mondo

Perdere non è mai stato così piacevole. Nonostante la sconfitta di stanotte, infatti, il Club Deportivo Palestino raggiunge nuovamente la fase a gironi della Copa Libertadores (l’equivalente della nostra Champions League) a 36 anni dall’ultima volta. Lo fa eliminando, in virtù della vittoria casalinga dell’andata, i ben più quotati uruguagi del Nacional Montevideo, squadra in cui è tornata a giocare alla soglia dei quarant’anni una vecchia conoscenza del campionato italiano, quell’Álvaro Recoba tanto caro all’ex-patron nerazzurro Massimo Moratti.

palestinoOra, di qui ad aprile, il club di Santiago del Cile dovrà vedersela con il pluridecorato Boca Juniors, con i venezuelani del Zamora e con un’altra compagine uruguagia, i Montevideo Wanderers. Un girone difficile ma non impossibile, quello che attende i Tricolor. Il perché di questo nome è presto spiegato: la divisa e il simbolo della squadra s’ispirano chiaramente alla bandiera palestinese; bianco, verde e rosso i colori sociali, con il nero che compare qua è là nelle rifiniture. Il Cile ospita la più grande comunità palestinese al di fuori del mondo arabo. Tra immigrati di prima, seconda e terza generazione, si parla di almeno 250 mila persone (tra cui il 10% dei parlamentari del Congreso Nacional), la stragrande maggioranza di fede cristiana. E proprio un gruppo di immigrati palestinesi fondò nel lontano 1920 il Club Deportivo Palestino.

Roberto Bishara, nato a Santiago 33 anni fa, è la bandiera della squadra nonché della nazionale palestinese, per la quale ha scelto di giocare nel 2003
Roberto Bishara, nato a Santiago 33 anni fa, è la bandiera della squadra nonché della nazionale palestinese, per la quale ha scelto di giocare nel 2003

Siamo a Osorno, periferia sud della capitale. Qui, gli anziani parlano ancora arabo; i più giovani lo capiscono ma preferiscono lo spagnolo. Lo stadio, la Cisterna, non supera i 12.000 posti ma si riempie solo in occasione delle partite di cartello. Eppure, la squadra è il principale motivo di vanto degli abitanti del quartiere. Così come lo è Roberto Bishara, il centrocampista 33enne che veste la maglia tricolor dal lontano 2000. Il suo è un cognome tipico di Beit Jala, il villaggio della Cisgiordania da cui proviene gran parte degli immigrati di Osorno e dintorni. E Bishara nel 2003 ha addirittura scelto di giocare per la neonata (o meglio, neo-riconosciuta) rappresentativa di Ramallah, acquisendo la doppia cittadinanza.

La maglia della discordia con la forma della Palestina al posto del numero 1 per esprimere solidarietà agli arabi d Gaza e della Cisgiordania
La maglia della discordia con la forma della Palestina al posto del numero 1 per esprimere solidarietà agli arabi di Gaza e della Cisgiordania

Proprio su sua proposta, nel gennaio 2014 il Palestino passò agli onori delle cronache per un’iniziativa quanto meno singolare: al posto del numero 1, sulle divise da gioco fu stampata la sagoma della Palestina prima del 1948. Prima, cioè, della nascita di Israele. Inutile dire delle polemiche scatenate da una scelta del genere: la Federazione raccolse le ire della comunità ebraica e vietò al club la riproposizione delle maglie della discordia. Il messaggio però suonò forte e chiaro: anche a 13mila chilometri di distanza, i nipoti e pronipoti di coloro che un secolo fa partirono dalla Terra Promessa non hanno dimenticato le loro origini e continuano a testimoniare la loro vicinanza a chi è rimasto in patria.

Un favore ampiamente ricambiato,  se è vero che a Gerusalemme est questa notte hanno fatto tutti il tifo per il Tino. E se al-Jazeera, come promesso, continuerà a garantire la trasmissione degli incontri di Libertadores c’è da scommettere che gli ascolti cresceranno ancora.

Emiliano Mariotti

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