Un autoesilio durato trent’anni. Se i cristiani d’Egitto riscoprono il pallone

“Quando vedrò giovani copti giocare nella nazionale di calcio egiziana in una percentuale proporzionale al talento dei ragazzi copti della mia classe al liceo, sarà un giorno di sole”. Così scriveva quattro anni fa sul “Chicago Tribune” Ahmed Rehab, direttore del Council on American-Islamic Relations (CAIR) di Chicago. All’epoca, Hosni Mubarak era saldamente al potere e delle cosiddette “Primavere Arabe” non c’era ancora traccia.

Come ci ha ricordato qualche giorno fa Matteo Matzuzzi su “Il Foglio”, durante il regime trentennale del Raʾīs i cristiani d’Egitto hanno fornito alla rappresentativa dei Faraoni soltanto sette calciatori. Un po’ poco, considerata la loro consistenza: secondo le ultime stime, infatti, il loro numero supera gli 8 milioni.

Una formazione della nazionale egiziana campione d'Africa nel 2010. Quest'anno i Faraoni non sono riusciti a qualificarsi alla massima competizione continentale.
Una formazione della nazionale egiziana campione d’Africa nel 2010. Quest’anno i Faraoni non sono riusciti a qualificarsi alla massima competizione continentale.

D’altronde Hassan Shehata, il ct vincitore di tre delle sette Coppe d’Africa conquistate dall’Egitto, quando dieci anni fa assunse l’incarico non ebbe alcun timore a dire che avrebbe scelto i giocatori in base alla loro religiosità. Tanto che la Chiesa Copta decise di istituire una lega calcistica separata.

Un’apartheid calcistica che è durata fino all’estate del 2012. In mezzo i disordini di Piazza Tahrir, la cacciata di Mubarak, i 73 morti allo stadio di Port Said durante al Ahly-al Masri e la vittoria di Mohamed Morsi alle presidenziali.

Quella che si presenta alle Olimpiadi di Londra è, o almeno dovrebbe essere, la nazionale della riconciliazione: il copto Hani Ramzy (capitano della squadra campione d’Africa nel ’98) in panchina riaccoglie i cristiani nella selezione. I Faraoni fanno sudare il Brasile di un giovane Neymar ma vengono eliminati ai quarti di finale dal Giappone.

Il Generale Abd al-Fattah al-Sisi. Dal giugno scorso è Presidente dell'Egitto, dopo aver guidato il golpe del luglio 2013 contro il governo dei Fratelli Musulmani.
Il Generale Abd al-Fattah al-Sisi. Dal giugno scorso è Presidente dell’Egitto, dopo aver guidato il golpe del luglio 2013 contro il governo dei Fratelli Musulmani.

L’idillio, comunque, dura poco. La svolta islamista di Morsi fa precipitare anzitempo il tentativo di ricreare un’unità religiosa attraverso il pallone. Ora il generale al-Sisi ci riprova. La nazionale riapre le porta ai calciatori cristiani, nell’ambito del progetto di riunificazione nazionale che, con fatica, sta cercando di rimarginare le ferite degli ultimi anni.

P.S. I risultati sul campo hanno risentito parecchio dell’instabilità del paese: l’Egitto, la nazionale africana più vincente di sempre, non si è nemmeno qualificato all’edizione della Coppa d’Africa in corso. Gli egiziani saranno costretti a vedere in tv la finale di domenica sera tra Costa d’Avorio e Ghana.

Emiliano Mariotti

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