Philips, Bayer, Volkswagen e Peugeot. Quando il calcio è aziendale

Guardate questa foto:breitner-eintracht-braunschweig

Contiene un particolare che ha cambiato per sempre la storia del calcio. No, non si tratta dei baffi di Paul Breitner, per quanto meritino. Si tratta della scritta che campeggia al centro della maglia dell’Eintracht Braunschweig.

Siamo nel 1972 e Günter Mast, numero uno della nota azienda di liquori, sta cercando un modo per aggirare il divieto di sponsorizzazione imposto dalla BundesLiga. La soluzione gliela offre Ernst Fricke, proprietario del club della Bassa Sassonia: 100.000 marchi nelle casse della società in cambio della stampa sulle divise da gioco del cervo Hubertus (storico marchio della Jägermeister), al posto del tradizionale stemma con il leone rosso rampante. La nuova maglia, che debutta nel marzo dell’anno successivo, apre ufficialmente la corsa allo sponsor in tutta Europa.

La "R" di Rossi ha contraddistinto lo stemma (e le maglie) del Vicenza dal 1953 al 1990. Una sorta di sponsorizzazione ante literam.
La “R” di Rossi ha contraddistinto lo stemma (e le maglie) del Vicenza dal 1953 al 1990. Una sorta di sponsorizzazione ante litteram.

L’Italia si adegua a inizio anni Ottanta: le prima aziende a comparire sulle divise sono Ariston (Juve), Misura (Inter), Jeans Pooh (Milan) e Barilla (Roma). Ad anticipare tutte, però, era stato il Vicenza, che nel lontano 1953, sfruttando il vuoto normativo in materia, aveva optato per una soluzione estrema: la fusione con la LaneRossi, colosso tessile di Schio, di cui assunse il marchio anche nella denominazione ufficiale.
Un club “aziendale”, quindi? No, più una joint venture di lunga durata. Nulla a che vedere con i numerosi casi europei di veri e propri dopolavoro aziendali, divenuti col tempo club affermati, anche di primissimo livello. D’altronde alcuni loghi non lasciano spazio a dubbi. E’ il caso del Sochaux.

Logo FC_Sochaux-Montbéliard

Sì, quello che vedete nello stemma qui a fianco è proprio il leone della Peugeot. A fondare il club fu, nel 1928, direttamente Jean-Pierre Peugeot, allora proprietario della casa automobilistica, che ha tuttora la sua sede centrale a Sochaux-Montbéliard. Due campionati francesi e altrettante coppe nazionali nel palmarès dei Lionceaux.

Sempre automobili alla base della fondazione del Wolfsburg, club tedesco di secondo livello che nel 2009 è balzato agli onori della cronaca per la vittoria del suo primo campionato, conquistato grazie ai goal del brasiliano Grafite e del bosniaco Džeko, oggi in forza al Manchester City. Nel 1937 a Wolfsburg, oggi una cittadina di 120mila abitanti, nacque, per volontà del Führer, niente meno che la Volkswagen. E sarà proprio la “macchina del popolo” a dare vita nel 1945 alla Verein für Leibesübungen Wolfsburg, di cui è tuttora unico sponsor:

wolfsburg
Anche lo stadio del Wolfsburg, la Volkswagen Arena, tradisce l’origine industriale del club.

Né Wolfsburg né Sochaux, però, sono mai state al centro del calcio che conta. Discorso diverso per altre due società che, nate in ambito industriale a inizio Novecento, si sono pian piano ritagliate un ruolo di tutto rispetto nell’Olimpo del pallone. Parliamo del PSV Eindhoven e del Bayer Leverkusen.

Lo riconoscete? È Luis Nazario de Lima, per tutti Ronaldo, fresco campione d'Olanda con il PSV. Il Fenomeno, sbarcato ad Eindhoven a sol 18 anni per 6 milioni di dollari, trascorrerà due stagioni alla corte della Philips, prima di trasferirsi al Barcelona. 54 goal in 57 incontri il suo formidabile bottino in terra olandese.
Lo riconoscete? Il Fenomeno, sbarcato ad Eindhoven a soli 18 anni, trascorrerà due stagioni alla corte della Philips, prima di trasferirsi al Barcelona. 54 goal in 57 incontri il suo formidabile bottino in terra olandese.

PSV è l’acronimo di Philips Sport Vereniging. È il 1913 e in occasione del centenario dell’indipendenza dei Paesi Bassi dalla Francia, la ditta di Eindhoven, che allora si limitava alla produzione di lampadine, decide di inaugurare un’associazione sportiva destinata ai dipendenti. Col tempo, le dimensioni crescono ma la proprietà resta saldamente in mano all’azienda: una bacheca da 21 campionati, 9 coppe nazionali, una Coppa dei Campioni e una Coppa Uefa non è da tutti.
Il PSV è la seconda squadra più titolata d’Olanda dopo l’Ajax e dai suoi spogliatoi sono passati alcuni tra i campioni più grandi di sempre: Ronaldo, Van Nistelrooy e Robben solo per citare gli ultimi vent’anni. Inutile aggiungere quale sia lo sponsor del club e come si chiami lo stadio in cui disputa gli incontri casalinghi: ovviamente il Philips Stadion.

E accanto a chi la coppa dalle grandi orecchie è riuscita almeno una volta ad alzarla, c’è chi l’ha solo sfiorata. Il 15 maggio del 2002 a Glasgow il Bayer Leverkusen dei giovani Lucio e Ballack tenne testa per un tempo al Real Madrid dei Galacticos Figo, Raul e Zidane, prima di piegarsi  a una magia del francese. Si trattava -e i tifosi lo sapevano- della proverbiale occasione che si presenta una volta sola nella vita. Perché la sala trofei del club di proprietà della casa farmaceutica, fondato nel 1904 su richiesta di un impiegato dell’azienda, tale Wilhelm Hauschild, non è propriamente stracolma: è l’unica squadra ad aver raggiunto la finale della massima competizione continentale senza mai essersi imposta in patria. Una coppa di Germania e una coppa Uefa (1988) sono state le uniche consolazioni per le “aspirine”. Un soprannome non casuale, ovviamente. Così come lo stemma:

Bayer_Leverkusen_Logo.svg

PS: per ora Wolfsburg e Bayer sono, alla fine del girone d’andata, rispettivamente la seconda e terza forza del campionato tedesco. Alle spalle, se c’è bisogno di precisarlo, dell’imbattibile Bayern (con la “N”) Monaco. L’undici di Leverkusen si è anche qualificato agli ottavi di finale di Champions League, dove dovrà vedersela in un doppio confronto con gli spagnoli dell’Atlético Madrid, vicecampioni d’Europa in carica.

Emiliano Mariotti

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