Dal referendum al calcio. La parabola di Scozia-Inghilterra

Ormai, dispersa nel nugolo di appuntamenti che affollano il calendario calcistico internazionale, è diventata una partita come tante. Tanto da passare inosservata.
Eppure Scozia-Inghilterra, di cui dieci giorni fa è andato in scena il nono atto, è stato il primo match ufficiale nella storia di questo sport. Era il 30 novembre del 1872 e all’Hamilton Crescent di Glasgow finì a reti inviolate.

La locandina del primo incontro calcistico di sempre. Non un grande inizio, a giudicare dal risultato.

Sempre a Glasgow (ma nella casa del Celtic), martedì scorso hanno trionfato gli inglesi, che hanno così riportato in proprio favore il computo delle sfide tra le due nazionali più antiche del mondo. Trattandosi di un’amichevole, il risultato (3-1 con doppietta del neo-capitano Wayne Rooney) è del tutto ininfluente. Lo stesso non si può dire del valore simbolico dell’incontro: appena due mesi prima più di tre milioni e mezzo di scozzesi si erano recati alle urne per pronunciarsi sull’indipendenza della loro nazione. Come noto, l’hanno spuntata i “no”. L’esito, incerto fino all’ultimo (55 a 45 le percentuali), la dice lunga su quanto profonda sia nel paese la spaccatura fra unionisti e indipendentisti.

Spaccatura che, nemmeno a farlo apposta, trova proprio nel football il suo apice. Stiamo parlando dell’Old Firm, la “premiata ditta” Rangers e Celtic. I due club più titolati di Scozia (rispettivamente 54 e 45 campionati vinti) hanno entrambi sede a Glasgow, cuore industriale del paese. L’aristocratica Edimburgo non ha mai sfornato squadre in grado di impensierirne il primato. Ebbene, il contrasto tra Gers e Bhoys non si limita al campo da gioco. E nemmeno si riduce a una “semplice” questione di colori come accade a Milano, Roma o Madrid. Qui la contrapposizione si è sviluppata trasversalmente, a prescindere da classi sociali, idee politiche, credo religioso o provenienza geografica. A Glasgow no. A Glasgow parteggiare per uno dei due team equivale a una presa di posizione forte e inequivocabile: i cattolici indipendentisti a favore del Celtic, gli anglicani lealisti dalla parte dei Rangers.
old-firmLo spettacolo sugli spalti ha davvero dell’incredibile: a un primo sguardo più che un derby cittadino sembrerebbe un incontro tra una fantomatica nazionale britannica e la selezione dell’Eire.
L’arcano è presto svelato: i biancoverdi godono di grande seguito nell’ambito della folta comunità irlandese (ovviamente cattolica) presente in città, mentre gli unionisti rimarcano la propria lealtà alla Regina sventolando la Union Jack.

Dopo decenni di gloria, l’Old Firm recentemente ha perso smalto. I Rangers, strozzati dai debiti, nel 2012 sono sprofondati nell’inferno della Fourth Division (l’equivalente della nostra vecchia C2) e stanno (non troppo) faticosamente tentando di risalire la china. Attualmente si trovano in Championship, la seconda serie scozzese e sperano di festeggiare a maggio la fine dell’incubo. Intanto, però, il derby più “politico” del mondo manca da più di due anni. Ironia della sorte, è mancato proprio nell’anno dello storico referendum.

Peccato. Sarebbe stato il primo caso di referendum calcistico.
O di derby referendario. Dipende dai punti di vista.

P.S.: il Celtic FC ha più volte chiesto alla Football Association di essere ammessa alla prima divisione inglese. Davanti al fascino dei diritti tv del campionato più ricco del mondo, non c’è indipendentismo che tenga, insomma.

Emiliano Mariotti

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