Un pallone al di là del muro

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22 giugno 1974. Il Berliner Mauer divide da ormai tredici anni le due Germanie e i due blocchi. Proseguirà in questa sua funzione ancora per quindici, fino a quel fatidico 9 novembre di cui domenica cadeva il venticinquesimo anniversario.

Ma quel 22 giugno di quarant’anni fa la storia di Berlino e del suo muro passa da Amburgo. Precisamente dal Volksparkstadion. La sorte ha voluto che la rappresentativa della Ddr, alla prima (e unica) partecipazione ai Mondiali, fosse inserita nello stesso girone dei ricchi cugini dell’Ovest, organizzatori del torneo e favoriti d’obbligo per la vittoria finale. Non è difficile prevedere una goleada, nonostante le malelingue insinuino che la Germania Federale preferirebbe perdere l’incontro per scampare nel turno successivo il girone di ferro con Argentina, Brasile e Olanda.

Dietrologie a parte, al minuto 77 di una partita combattutissima Jürgen Sparwasser, semisconosciuto centrocampista in forza al Magdeburgo, porta in vantaggio la selezione di Berlino Est. Beckenbauer e compagni sono battuti, Honecker è in brodo di giuggiole mentre il mondo assiste divertito al paradosso di un Paese che si presenta al Mondiale con due nazionali diverse.

I tedeschi dell’Ovest avranno ampiamente modo di rifarsi. Saranno loro ad alzare la coppa nel cielo di Monaco. Ai vicini dell’Est resterà solo la soddisfazione di aver vinto una battaglia, l’unica battaglia mai combattuta: quella di Amburgo sarà infatti l’unica sfida intestina su un campo di calcio.

A onor del vero, le due Germanie avrebbero dovuto rincontrarsi il 14 novembre 1990, per una gara di qualificazione ai campionati europei. Ma il processo di unificazione in atto suggerì di evitare quella che sarebbe stata solo un’ennesima prova di divisione agli occhi del mondo. E così, fu questa…

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… l’ultima rappresentativa a scendere in campo con il martello e compasso cuciti sulle maglie, il 12 settembre di quello stesso anno a Bruxelles. Un’ultima apparizione che sa di ennesima beffa: appena due mesi prima la Germania Ovest si era laureata nuovamente campione del mondo. Per inciso, in Italia. E questa volta senza mai perdere una partita. Non come nel 1974.

Come ebbe a dire più di vent’anni fa l’attaccante inglese Gary Lineker “il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vince la Germania”. E così, da luglio di quest’anno i tedeschi sono per la quarta volta sul tetto del mondo. Ma sarà la prima volta che scorrendo l’albo d’oro iridato leggeremo “Germania”, senza ulteriori precisazioni geografiche.

Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla vittoria in Brasile come ideale completamento della riunificazione. Pochissimi dei 23 ragazzi di Loew ricordano il Muro. Otto di loro non erano nemmeno nati quando crollò e altri otto avevano meno di tre anni. E se il successo del ’90 portava ancora i segni della superiorità di Bonn su Berlino Est, questa volta non ci sono dubbi: ad aver vinto è la Germania. Tutta insieme.

E Jürgen Sparwasser?

Jürgen Sparwasser

Si disse fosse stato ricompensato da Honecker con un’auto, una casa e un ricco premio in denaro. Circostanza da lui sempre smentita. Quel che è certo è che divenne un simbolo per la propaganda di stato. Tanto che quando si ritirò, nel ’79, gli fu impedito di coltivare il proprio sogno: diventare professore di fisiologia. Ad attenderlo l’incarico di allenatore del Magdeburgo. E così, dopo quasi un decennio di rifiuti, appena gli si presenta l’occasione, fugge.

Nel 1988 è a Monaco con la moglie per una partita tra vecchie glorie. Al termine i due decidono di non fare ritorno a casa. L’uomo-simbolo della supremazia comunista che indica ai suoi concittadini la via da seguire: per il regime sarà un colpo durissimo. Da eroe per caso a strumento di regime, fino a diventare un’icona dell’insofferenza di milioni di persone.

Giustiziere dell’Ovest in campo, giustiziere dell’Est nella storia.

Emiliano Mariotti

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